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Agordo - Agort

Provincia di Belluno - Regione del Veneto


Cenni storici del Comune di Agordo

Agordo
(anticamente Agùnto, Augùrde, Agort) è il capoluogo della Vallata del Cordevole che si estende a gradi 46.16 di latitudine nord e 9.43 di longitudine.
I Veneti e i Norici sarebbero stati i primi abitatori, ma pare più credibile che questa terra sia stata assoggettata da Druso e Tiberio, figliastri di Augusto, poiché storici di fama, fra cui il nostro illustre concittadino don Ferdinando Tamis, sono concordi nel far appartenere ad una popolazione autoctona romanizzata alcuni ritrovamenti archeologici della conca.
Agordo è nominata la prima volta in un diploma del 923 in cui si parla delle decime cedute dall'imperatore Berengario, su pressione della moglie Anna, ad Aimone, Vescovo di Belluno e ne fa menzione una bolla di Innocenzo III del 1185. Una disposizione testamentaria del 1143 rivela la già perfetta organizzazione della parrocchia di Agordo, poi eretta ad Arcidiaconato.
Ai tempi dei comuni Agordo è in lotta con Belluno per ragioni d'imposta: una sentenza di Gabriele di Camino, vicedòmino di Belluno, che concede ad Agordo due Consoli e la rappresentanza nel Consiglio della città, risolve la vertenza nel 1224.
Ad Agordo risiedeva un capitano, nominato prima dal Vescovo (che nel 1337 rivendicava ancora questo diritto) e poi dal Comune. Più tardi, pur continuando i legami con Belluno, Agordo si forma una propria comunità autonoma, regolarmente organizzata con una riforma del 1424. L'opposizione alla città dominante è costante; mette fine alle contese il dominio di Venezia.
Per ben due volte, nel 1430 e 1635, Agordo viene completamente distrutta da altrettanti incendi.
Con la caduta di Venezia (1797) Agordo passa ai francesi prima e agli austriaci poi; nel 1813 fa parte del Regno Lombardo-Veneto; nel 1848 segna la pagina più bella della sua storia con l'insurrezione contro l'Austria che gli valse la medaglia d'oro. Il 21. 10. 1866 Agordo vota la sua unione al Regno d'Italia.
Molto bella e suggestiva la piazza col caratteristico "Broi", la fontana col Leone di S. Marco, la chiesa arcidiaconale del 1513 (ristrutturata dal Segusini dal 1836 al 1852) con i due campanili e le preziose opere d'arte, gli eleganti edifici antichi con la splendida Villa Veneta de' Manzoni (già Crotta) XV-XVII sec.
Ha dato i natali a uomini illustri: Tito Livio Burattini (1615-1682) scienziato, matematico, ideatore della "Misura Universale", precursore del sistema metrico-decimale; Domenico Zanchi, pittore; Antonio Pertile (1830-1895), primo storico del diritto italiano; Roberto Paganini (1849-1912), senatore, ingegnere ferroviario, ed altri.
È sede di una delle prime Sezioni del Club Alpino Italiano (CAI), sorta nel 1868 dopo Torino, Aosta, Varallo.

... e le sue miniere
non si è mai accertato con precisione il periodo della scoperta e dell'inizio dello sfruttamento di Vallimperina: testimonianze piuttosto generiche, attribuite a Plinio il vecchio, lo pongono in età romana: il Piloni nella sua Historia del 1607, accenna alle ricchezze minerarie di Agordo narrando le vicende bellunesi del 1160; ne parla uno statuto del 1420 e così descrive le miniere Marin Sanuto nel 1482-83: "Da poi si trova le Carbonare, et la fusina dove si colla rami...et mia uno è poi le buse, le quale le vidi... et vi andai per entro...et vidi uno maestro chiamato Sboicer, todesco, con una barba longa..."
L'iniziale sfruttamento della galena argentifera finì soprattutto dopo i crolli e le inondazioni del 1567; nel frattempo era iniziata l'estrazione del rame: la coltivazione del grande ammasso di pirite cuprifera, intrapresa verso la metà del sec. XV, continuerà fino ai nostri giorni; nel 1815 Vallimperina è considerata una delle principali miniere d'Europa.
Sfruttate sempre da privati (fra cui i Crotta, i Pietroboni e i Paragatta), le miniere passarono in parte alla Repubblica Veneta dal 1654 al 1797; dopo la parentesi napoleonica nel 1813 lo stabilimento fu rilevato dall'erario austriaco e nel 1866 dal Regno d'Italia. Da allora riprese il processo di riprivatizzazione, culminato, dopo vari passaggi di proprietà, con l'intervento della Soc. Montecatini (1910) che le ha sfruttate fino alla definitiva chiusura avvenuta nell'autunno 1962.
L'attività di Vallimperina ha influito profondamente sul paesaggio geografico, economico ed umano dell'Agordino: l'anidride solforosa ha lasciato i suoi segni sulla zona circostante; le comunicazioni con la pianura hanno avuto particolare sviluppo (nel 1925 venne inaugurata la ferrovia Bribano - Agordo, soppressa 30 anni dopo); per tre secoli e mezzo ha dato lavoro a molti agordini (400 nel 1609 - 600 nel 1801 - 670 nel 1851 - 320 nel 1962) rappresentando l'alternativa all'emigrazione e alla sofferenza di un lavoro saltuario.
L'8 settembre 1962 finisce non solo un'attività plurisecolare (alla quale è strettamente legata la rinomata Scuola Mineraria di Agordo - l'attuale Istituto Tecnico Industriale "U. Follador", uno dei quattro esistenti in Italia con Massa Marittima, Iglesias e Caltanissetta, fondato da Quintino Sella nel 1867 - i cui diplomati "periti minerari" sono tecnici noti, stimati e apprezzati in tutto il mondo), ma si estingue un'epoca, una tradizione se vogliamo, in cui per secoli gli abitanti di questi monti "identificarono la possibilità di sopravvivere e di portare a casa il pane per le loro famiglie".
Studi completi e approfonditi su Vallimperina sono stati recentemente compiuti dal prof. Raffaello Vergani dell'Università di Padova. (a cura di Loris Santomaso).

STORIA ROMANA 
Il territorio dell’Agordino, posto al margine centro-occidentale della provincia di Belluno, non è stato finora oggetto di studi sistematici e approfonditi, se escludiamo la pregevole opera di don Ferdinando Tamis Storia dell’Agordino, Nuovi Sentieri, 1978; pertanto, per quanto riguarda i primi insediamenti umani si possono fare soltanto delle ipotesi.
I primi ritrovamenti archeologici risalgono alla fine del secolo scorso: in ben undici località  nelle vicinanze di Agordo sono affiorati reperti attribuibili a tombe altomedievali.
Per la storia preromana un documento importante è rappresentato dalla piramidetta sepolcrale, iscritta in lingua venetica, ritrovata sul Monte Pore nel territorio di Colle Santa Lucia e quindi ai confini dell’Agordino storico.  Questo documento non è sufficiente per attestare una presenza abitativa stabile nell’Alto Agordino qualche secolo prima dell’era volgare e Giovan Battista Pellegrini pensa ad una riutilizzazione della pietra in epoca medievale come confinazione di pascoli.
Molto importanti per l’epoca romana sono le iscrizioni confinarie del Monte Civetta, che segnalano l’inclusione della media Val Cordevole nell’agro dei Bellunati. Numerose sono le monete romane, che risalgono ai secoli V-I a.C., ritrovate in vari luoghi, specie nelle zone di transito. Ma non si conoscono fonti archeologiche di epoca classica e questo ha portato gli studiosi ad escludere 'una qualche forma di romanizzazione (insediamenti rustici, ville, strade), probabilmente a motivo della situazione morfologica del territorio' (G. Malagola, Nuovi reperti altomedievali dell’Agordino, in Memorie storiche Forogiuliese, 1988).

STORIA MEDIEVALE
Numerose sono le tracce di insediamenti altomedievali: reperti tombali appartenenti ai corredi funebri della popolazione autoctona romanizzata sono stati rinvenuti a Calzon, Col, Contura, Frassenè, Gosaldo, La Valle, Mozach, Parech, Peden, Taibon e Voltago. Sono stati recuperati orecchini, armille, collane, ceramiche e fibule (a braccia eguali, a croce, zoomorfe, a disco, ad arco di violino).
La tipologia delle sepolture presenta caratteristiche completamente diverse da quelle longobarde, infatti si tratta 'di tombe protette da lastre di pietra o da laterizi reperiti in loco, prive di un preciso orientamento o di una particolare disposizione nell’ambito dell’area cimiteriale' (dalla tesi di Laurea di F. Bortoluzzi, Il Bellunese all’epoca dei Longobardi, p.98, a.a. 1992-93).
'I ritrovamenti di siti cimiteriali altomedievali nella vallata agordina appaiono, nel loro complesso, come i più significativi insediamenti di popolazione autoctona presente nel bellunese, con la particolarità di aver mantenuto più a lungo che in altri luoghi gli antichi costumi  e tradizioni. Siamo infatti alla presenza di una cultura locale che continua a riprodurre i modelli tardoantichi, ma in forma semplice e con materiale povero. La mancanza di oggetti di lusso fa pensare che i fruitori dovevano appartenere ad una popolazione con prevalenti attività rurali o artigianali. Il materiale recuperato dalle sepolture viene genericamente datato al VI-VII secolo d.C., ma la presenza di manufatti più antichi, come la fibula a "tenaglia” o quelle ad "arco di violino”, potrebbero far propendere a collocare i sepolcreti della valle di Agordo al VI secolo” (G. Malagola, op. cit., pag. 142).
E ancora Malagola: "Individuare le ragioni per cui in questa vallata, relativamente isolata, vi siano tracce così significative di insediamenti altomedievali, rimane un problema ancora aperto”. Una ragione plausibile potrebbe essere legata alla presenza delle miniere, se è vero che "l’e strazione del minerale per la lavorazione del rame risale, nelle Dolomiti e nell’arco alpino, a mille anni prima dell’età del ferro, quindi quasi 4000 anni fa […]. E’ ipotizzabile infatti che siano da collegarsi proprio all’estrazione del rame le origini dei primi insediamenti umani in queste zone” (F. Spagna, Minatori in Val Imperina. Storia e antropologia di una comunità di montagna, Museo Etnografico della Provincia di Belluno, Quaderno n.15, 1998; vedi anche P.P. Viazzo, Comunità alpine, Bologna 1990).
Anche Mario Dal Mas, in Spade bellunesi, ipotizza la costruzione dell’accampamento romano a " Belunum” proprio in funzione della lavorazione del minerale ferroso estratto dalle miniere di Zoldo e Agordo. Sicuramente in epoca medievale in Agordino esistevano centri minerari e piccoli forni "a basso fuoco” per la fusione del minerale, come attestano numerosi toponimi: Miniere, Forno di Val, Forno di Canal, Vallinferna (a Colle Santa Lucia: Fursil, da ferso=ferro), ma bisogna risalire ai primi del Quattrocento per avere notizie documentate della miniera di Val Imperina.
I Longobardi: scarse sono anche le notizie relativamente alle invasioni barbariche e pare di poter dire che solo i Longobardi hanno lasciato sicure tracce di sé, se fin dopo "il 1100 nell’A gordino gli abitanti vivevano e facevano contratti secondo le leggi e il costume longobardo, che essi chiamavano il usum nostrum agordinorum " (Tamis). La totale assenza di armi nelle sepolture risalenti al VI-VII sec.  "porta pensare che la gente del posto fosse pacifica e assolutamente incapace di sottrarsi ad un eventuale controllo militare da parte degli invasori germanici … I ritrovamenti fino ad ora restituiti alle indagini archeologiche delineano due aree precise, Agordino e territorio feltrino, fortemente caratterizzare e differenziate tra loro, e non gettano luce su un eventuale avvicinamento della gente germanica alla popolazione locale, sui rapporti di collaborazione o di dipendenza intercorsi, e, soprattutto sul silenzio delle fonti archeologiche a partire dalla seconda metà del VII secolo: la mancanza di ritrovamenti riferibili al periodo successivo è talmente generalizzata ed estesa, nei centri urbani come in quelli rurali, da lasciar pensare ad un defezionamento in massa dalla provincia, sia da parte longobarda, che da parte della popolazione locale” (Tesi di Laurea di F. Bortoluzzi, pp.223-4).
La donazione di Berengario: nel 923, Berengario I, ultimo imperatore carolingio, donava alla Chiesa di Belluno la Corte Docale, nel territorio di Ceneda (Vittorio Veneto), da cui dipendeva anche l’Agordino durante il periodo franco, corte che si identificava con la Cappella del Salvatore. Così L’Agordino diventa possesso del Vescovo di Belluno, che con questa donazione diventa signore feudale con diritti fiscali e dà inizio al potere temporale del vescovo di Belluno nel nome di San Martino.
Il Comune: nel secolo XI comincia la lenta formazione del Comune, ma il governo non divenne mai veramente democratico e popolare, infatti l’autorità legislativa e l’amministrazione delle rendite caddero nelle mani di poche famiglie originarie del luogo, che formarono le parentele o i rotuli.  Iniziano delle tendenze centrifughe, nel tentativo di emanciparsi dall’autorità della città, che hanno il loro culmine nel rifiuto di pagare una tassa per le spese comuni imposta dal podestà di Belluno, Tisone Maltraversi, a  meno di essere parificati ai cittadini. Non fu necessario ricorrere alle armi come paventato, poiché con intervento arbitrale di Gabriele III da Camino venne sentenziato che "quando in città (Belluno) si eleggevano i consoli o i pretori, pure gli Agordini e gli Zoldani potessero eleggere due dei loro uomini i quali esercitassero il consolatp nelle rispettive regioni” (Tamis). Questa sentenza del 1224 segna la nascita del comune rurale agordino, che verrà retto dalle famiglie dei della Valle e dei da Voltago, rispettivamente di parte ghibellina e guelfa. Esse rappresentavano il Consiglio della Magnifica Comunità di Agordo, a regolare il quale veniva inviato un Giudice con il titolo di Capitano, da cui deriva l’uso di chiamare la Comunità anche Capitaniato. Questo era assistito nelle sue funzioni da due consoli e nelle decisioni di importanza rilevante da un corpo elettivo, il Sindacato generale del Capitaniato di Agordo (la prima notizia è del 1385), che aveva il compito di tutelare gli interessi del popolo senza distinzione di classi o di parentele.
La Signoria degli Avoscano: durante il periodo comunale si affermarono famiglie influenti che possedevano beni e castelli ed erano spesso il lotta tra loro. La famiglia che più si distinse per potenza e per imprese guerresche, sotto il dominio degli Scaligeri di Verona (1322-1337), è quella degli Avoscano, la cui fama andò oltre i confini del territorio bellunese. Nel 1321 Cangrande della Scala, che da tempo aspirava ad avere il dominio sopra Belluno, occupava Feltre e, con l’aiuto di Guadagnino Avoscano e i Sommariva, i castelli montani dell’Agordino. I Bellunesi mandarono contro i ribelli il famoso cavaliere Fulcone Buzzacarino, ma dopo alterne vicende nel 1322 dovettero arrendersi a Cangrande, che, occupata Belluno, nominava Guadagnino e i suoi discendenti capitani perpetui dell’Agordino e dello Zoldano, con le giurisdizioni civili e militari. Nel 1350 termina la Signoria degli Avoscano e l’Agordino torna alla città di Belluno, che si trovava sotto il dominio dell’imperatore Carlo IV di Boemia. Nel 1360 Belluno e Feltre passarono a Ludovico re d’Ungheria, che le cedette a Francesco da Carrara, signore di Padova.

DOMINIO  VENETO 
Il Dominio Veneto: nel 1404 i Bellunesi decisero di sottomettere la città e il territorio alla signoria di Venezia. Negli anni seguenti un evento importante, legato alla predicazione di san Bernardino da Siena, fu la riforma del consiglio cittadino e quello della comunità di Agordo. Infatti, anche il Bellunese, come il resto d’Italia, era lacerato dalle rivalità tra guelfi e ghibellini. La riforma del 1424 cancellava i rotuli, ossia le fazioni dei guelfi e dei ghibellini, e "cambiava il sistema di distribuzione degli uffici, che si faceva con l’estrazione a sorte di tutti i consiglieri indistintamente, e non più fra le rispettive parentele”.
Nei secoli XV e XVI il territorio agordino fu colpito da una serie di eventi calamitosi, naturali e non. Nel 1430 un grave incendio distrusse quasi completamente il paese di Agordo: una trentina i complessi distrutti. La peste colpì gli abitanti a più riprese: nel 1435, nel 1482, nel 1529, nel 1547, nel 1564, nel 1631. L’ultimo episodio di peste risale alla prima metà dell’O ttocento, con la Falcadina, chiamata così dal luogo dove prima si diffuse. L’Agordino subì, inoltre, molte devastazioni a causa delle guerre che dovette sostenere la Repubblica Veneziana: contro Filippo Maria Visconti e contro Sigismondo d’Austria, interessato a togliere ai veneziani le miniere dell’Agordino.
Nuove distruzioni colpirono il territorio agordino durante la guerra tra Massimiliano d’A ustria e Venezia, iniziata nel 1508 a seguito della nascita della Lega di Cambrai in funzione antiveneziana. Al termine della guerra, il generale Luigi Mocenigo attese a riordinare la città di Belluno e in particolare i capitanati di Agordo e della Rocca, che avevano manifestato intenzioni di secessionismo (volevano staccarsi da Belluno e unirsi al Cadore). Confidando nelle capacità del nobile bellunese Bartolomeo Corte, gli conferisce i capitaniati di Agordo e Zoldo per la durata di dieci anni e più. Durante questa breve signoria si iniziò l’opera di ricostruzione e fu portata a compimento la chiesa arcidiaconale, seriamente danneggiata nell’incendio del 1430.
Con un salto di un secolo la cronaca ci porta al 1635, quando un altro furioso incendio distrusse il paese di Agordo. Il podestà di Belluno, Domenico Zen, in un dispaccio al senato veneto così descrive la situazione: "Quell’infelici sudditi al numero di 1700 vano per quelle campagne vagando come disperati non sapendo dove ricovrarsi nemeno come che sustentarsi essendogli questo infausto accidente sucesso in tempo che avevano fatto li raccolti di biave vini et altro, per loro sostentamento”(Tamis). Ma il paese risorse assai presto e continuò a prosperare come prima, quando (è sempre lo Zen a parlare) era "luoco di molto trafico et mercantile, abitato da soggetti honorevoli et de’ beni di fortuna comodissimi”. "Vi fiorivano la potente famiglia Crotta, matematici di grande fama, quale Tito Livio Burattini, tecnici e ingegneri richiesti dai sovrani a dai Sommi Pontefici, religiosi eloquenti e di grande cultura che si affermarono fuori della regione, scultori in legno e in pietra che lavoravano per le chiese del Veneto e del Trentino e per due secoli diedero vita a una tradizione e a una industria che gareggiavano con quelle della Val Gardena. Particolare importanza rivestiva l’industria mineraria e dei suoi derivati” (Fiorello Zangrando, Notizie storiche sui comuni dell’Agordino).
Negli anni che precedettero il tramonto definitivo della repubblica di Venezia, si diffusero anche nell’Agordino le idee di libertà e di uguaglianza propugnate dalla rivoluzione francese. La campagna d’Italia di Napoleone ebbe i suoi riflessi anche nella provincia di Belluno, che venne divisa in nove cantoni, retto ciascuno da una municipalità. L’Agordino venne diviso in Agordo sotto Chiusa ed Agordo sopra Chiusa; di quest’ultima fu vice presidente il poeta Valerio Da Pos, che si era formato alla scuola di Voltaire. Gli Agordini votarono per l’unione del Veneto alla repubblica cisalpina e questa fu l’occasione per la diffusione dell’idea dell’unità nazionale in una repubblica democratica italiana. Invece la pace di Campoformio (1797) portava in provincia gli Austriaci, che annullarono con il conte Oliviero Wallis tutte le riforme introdotte dai Francesi e ripristinarono gli organismi amministrativi e politici in vigore nel 1796. Probabilmente a causa del malcontento determinato dalle ingenti spese per il mantenimento delle truppe imperiali e del desiderio di far risorgere la democrazia, nel 1800 scoppiò una rivolta di contadini (o sommossa, come preferisce definirla Tamis) nella piana di Belluno, alla quale aderirono anche gli Agordini, seppur in piccola parte; questi erano guidati dal famoso brigante Desiderio Manfroi, detto l’Userta (lucertola) perché si nascondeva fra i cespugli del Col di Foglia per assaltare i viandanti. Era considerato un bravo della famiglia Crotta e aveva fama di sanguinario e violento. La rivolta venne soffocata nel sangue e l’Userta vi trovò la morte.
 In seguito alla pace di Presburgo, nel 1805 l’Agordino e la provincia di Belluno, denominata Dipartimento della Piave, passavano sotto il Regno Italico. Con la caduta di Napoleone, ritornarono nuovamente all’Austria e non si segnalano fatti di particolare importanza fino al 1848.

STORIA CONTEMPORANEA
"I primi atti di ostilità manifesta contro gli Austriaci si ebbero sulla piazza di Agordo il 15 marzo 1848. Il 22, avuta notizia della rivolta di Vienna, avvenne la sollevazione in massa degli Agordini, i quali cacciarono gli Austriaci e costituirono un Governo Provvisorio Repubblicano, che per due mesi e mezzo resse le sorti dell’intera vallata. Nel mese di aprile gli Agordini si unirono ai Bellunesi e formarono la maggior parte della Crociata Bellunese-Agordina. Questa, alle dipendenze del generale Zucchi, combatté a Visco, presso Palmanova, contro gli Austriaci. Ritornati in patria, gli Agordini attesero alla difesa della valle, fortificando la chiusa de ‘I Castei’ e respingendo ogni attacco nemico. Il 31 maggio snidarono anche il grosso appostamento nemico del Monte Peron, liberando l’intera Valle del Cordevole. L’8 giugno, dopo che erano stati occupati dagli Austriaci Belluno, il Cadore e lo Zoldano, l’ Agordino, circondato da forze preponderanti, dovette cedere. E i tedeschi facevano ritorno. Ma 480 uomini sgusciavano tra le maglie della rete ed accorrevano a Venezia nelle file dei Cacciatori delle Alpi di Pierfortunato Calvi; e furono essi che continuarono a mantenere viva nel popolo l’idea di italianità e di reazione contro gli Austriaci” (Fiorello Zangrando).
Alla spedizione dei Mille di Garibaldi parteciparono anche due agordini: Luigi Riva di Agordo e Giovanni Battista Pezzé di Alleghe. Nel 1866 con un plebiscito Agordo aderiva al Regno d’I talia.
La prima guerra mondiale, per la vicinanza del fronte, provocò un doloroso esodo delle popolazioni verso l’Italia centrale e, al termine, vennero annessi all’Agordino i comuni di Colle Santa Lucia e di Livinallongo del Col di Lana, appartenenti precedentemente all’impero austro-ungarico.
"Il movimento partigiano durante la Resistenza 1943-45 segna alla Muda di Agordo la prima azione della brigata "Buscarin” nel dicembre 1943. L’Agordino diviene sede del gruppo "Carlo Pisacane”, formato dalle brigate "Fratelli Fenti”, "Leo De Biasi” e "Tedeschi”. La fine dell’aprile 1945 trova la brigata "Val Cordevole” in piena azione nella vallata a sbarrare il passo alle colonne tedesche in fuga. Il I° maggio la guerra partigiana è finita su tutto il fronte delle Alpi” (Zangrando).

I testi di STORIA ROMANA, STORIA MEDIEVALE, DOMINIO VENETO E STORIA CONTEMPORANEA sono di Evelina Reolon - sito Internet: http://www.agordo.com/

Foto della medagliaOnorificenze conferite alla città.
Il 4 agosto 1906 Agordo divenne la XX città decorata con Medaglia d'Oro come -Benemerite del Risorgimento nazionale- per le azioni altamente patriottiche compiute dalla città nel periodo del Risorgimento (che, secondo la definizione dei Savoia, è compreso tra i moti insurrezionali del 1848 e la fine della Prima guerra mondiale).
-In ricompensa delle azioni patriottiche compiute dalla cittadinanza nel periodo del risorgimento nazionale. Agordo insorse nel 1848, cacciando il personale civile asburgico e organizzando una guardia civica di volontari. Respinto un primo attacco austriaco nel mese di maggio, la città venne rioccupata soltanto dopo la battaglia di Novara.-

Stemma e Gonfalone:
Stemma ComuneStemma

Sotto un cielo nuvoloso sono rappresentate due torri guelfe merlate, al naturale, chiuse e finestrate di nero, poste sopra due scogli, moventi dai lati dello scudo e fra i quali scorre un fiume, il tutto al naturale; le torri accompagnate in capo da una stella, di sei raggi d'argento. Il comune conserva tutt’ora il decreto regio del 28 febbraio 1929 con cui Vittorio Emanuele III approva lo stemma e lo stendardo che lo contiene. Le due torri sul fiume sono un chiaro emblema dei diritti di transito fluitazione = transito di tronchi sull’acqua vantati sul Cordevole, come più in generale del diritto ad una gestione autonoma, motivo di grandi scontri con Belluno, fin dal XII secolo (Mary Falco Moretti, Stemmi di Comuni e Province venete - edizioni in Castello Venezia, 1985).
La corona indica che si tratta di un Comune.
I due rami di ulivo e quercia sono della Repubblica Italiana (nota: probabile errore nella blasonatura come da annotazione del 1948 del Cancelliere della Consulta Araldica conte Tosi:” la corona di quercia e di alloro ha il significato nei simboli di gloria eterna, mentre la corona di ulivo e di quercia potrebbe avere il significato funerario di pace eterna”.) le due torri (guelfe:quindi sostenevano il Papa) sul fiume sono l’emblema dei diritti di transito sul Cordevole vantati; in generale del diritto ad una gestione autonoma che è stata motivo di grandi scontri con Belluno fin dal XII secolo.
La stella a sei punte in Araldica sta a simboleggiare sublimi imprese. Dal momento che fin dai primi anni dell'800 l'Italia veniva rappresentata come una stella luminosa che indicava il cammino da percorrere per raggiungere l'unità e l'indipendenza; è credibile il riferimento ai moti patriottici insurrezionali che ha visto Agordo protagonista nominata col titolo di Città (ventesima in Italia) decorata con medaglia d’Oro come “Benemerita del Risorgimento nazionale”

Gonfalone AgordoLo stemma è racchiuso nel Gonfalone:
deriva dall'antico termine francese gonfalone ossia “stendardo da guerra”, dall'antico termine franco-germanico gundfahne, ossia “bandiera di guerra” e dal termine scandinavo gunnefane, ossia “bandiera da battaglia”.
Ricordiamo che l'art. 5 del Regolamento per la Consulta Araldica, approvato con il R. D. 7 giugno 1943, n. 652, stabilisce la foggia del gonfalone, avvertendo che non può mai assumere la forma di bandiera, ma deve consistere “in un drappo quadrangolare di un metro per due, del colore di uno o di tutti gli smalti dello stemma, e caricato dell'arma della città o della provincia, con la iscrizione centrata in oro recante la denominazione dell'ente, sospeso mediante un bilico mobile ad un'asta, ricoperta di velluto dello stesso colore del drappo, con bullette dorate poste a spirale, terminante in punta da una freccia rappresentante l'arma dell'ente e nel gambo inciso il nome. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d'oro. Le parti di metallo ed i cordoni sono dorati”.
Per i gonfaloni dei Comuni che non possiedono il titolo di città, invece, l'iscrizione centrata, i ricami, le parti di metallo, i cordoni e le bullette poste a spirale sono di smalto “ d'argento” e lo scudo comunale carica la corona di Comune prevista, come sopra ricordato, nell'art. 97 del Regolamento per la Consulta Araldica, approvato con il R. D. 7 giugno 1943, n. 652.
(Tratto da Wikipedia)

Personaggi storici di Agordo

MANZONI LUIGI

(nato ad Agordo - BL il 29/07/1888 e morto a Conegliano – Tv il 31/03/1968)
Nel 1912 si laureò in Scienze Agrarie all’Università di Pisa ed il I° novembre dello stesso anno venne assunto dalla Scuola di Conegliano come assistente e in seguito titolare, della cattedra di Scienze e Patologia vegetale. Nel giugno del 1933 divenne Preside e lo fu fino al 30/09/1958 (ci furono due interruzioni: nel 1944-45 si allontanò per le persecuzioni fasciste e nel 1946 perché reggente per qualche mese ad Alba). Suo il merito della ripresa della Scuola nel secondo dopoguerra come pure della costituzione della Unione ex Allievi. Accanto all’opera del docente, sviluppò quella del ricercatore e dello sperimentatore.
Il suo lavoro di ricerca è documentato da una settantina di pubblicazioni; ben noti i lavori di anatomia della vite corredati dalle sorprendenti microfotografie e quelli sui consumi idrici delle piante, questi eseguiti in collaborazione con il prof. A. Puppo. Dedicò i suoi studi anche alle patologie della vite ed alla genetica, realizzando con successo i famosi “Incroci Manzoni”. Molti furono i titoli che conseguì e le sue ricerche.
Fu anche Sindaco di Conegliano dal dicembre 1946 al febbraio 1949 e a lui Conegliano ha intitolato una via.


TITO LIVIO BURATTINI
(Agordo, 8 marzo 1617 – Vilna, 17 novembre 1681) è stato un matematico, scienziato e cartografo italiano.
Nato da un'antica famiglia della nobiltà rurale, di Tito Livo Burattini non si conoscono bene le vicende legate all'infanzia e di conseguenza rimangono oscure le notizie legate ai suoi studi giovanili. Alla fine del 1637 andò in Egitto, ove rimase fino al 1641, svolgendo l'attività di disegnatore e cartografo e in cui riprodusse i principali monumenti di Alessandria d'Egitto, Menphi ed Eliopoli. Dopo un viaggio per l'Europa si stabilì nel 1642 in Polonia.
A Cracovia ebbe contatti con Girolamo Pinocci, un allievo di Galileo, da cui trovò lo spunto per lo studio di una Misura e un Peso universale. In questo stesso periodo lavorò ad un progetto per la realizzazione di una macchina, "il Dragone volante", che avrebbe dovuto permettere il volo umano.
Burattini realizzò la prima calcolatrice meccanica italiana che riprendeva le idee della Pascalina. Una calcolatrice a lui attribuita è presente al Museo di storia della scienza di Firenze, ma si tratta di un'attribuzione dubbia.
Ebbe la stima della regina di Polonia Maria Luigia Gonzaga che gli affidò incarichi diplomatici per l'Europa. Si sposò con una nobile e ricca polacca divenendo cittadino polacco. Nonostante i gravosi impegni, le sue indagini scientifiche proseguirono: nella città di Vilna fu stampata la sua opera "Misura Universale" nel 1675. La morte lo colse povero e sofferente il 17 novembre 1681.
Fu lui a coniare nel 1675, sempre nella sua opera "Misura Universale", il termine metro. « Dunque li pendoli saranno la base dell'opera mia, e da quelli cavarò prima il mio Metro Cattolico, cioè misura universale, che così mi pare di nominarla in lingua Greca, e poi da questa cavarò un Peso Cattolico »
Principali opere
• "La bilancia sincera", trattato che corresse e in parte modificò quanto sostenuto da Galileo sulla bilancia idrostatica, individuando con maggiore precisione i pesi specifici dei metalli preziosi.
• "Misura Universale", l'autore stabilì una misura lineare universale: il metro cattolico, misura pari alla lunghezza di un pendolo la cui oscillazione dura un secondo.
Bibliografia]
• Tancon Ilario, Lo scienziato Tito Livio Burattini, Università di Trento, Trento 2005, pp.193 , ISBN 8884430917

 ATRIO DEL PALAZZO MUNICIPALE

 

Nel mese di ottobre dell'anno 2007, l'Amministrazione, grazie alla vena artistica del Sindaco Renzo Gavaz, ha voluto dedicare l'ingresso del Palazzo Municipale al nostro artista locale più famoso: Augusto Murer.
Sono presenti alcune opere dell'artista donate, nel tempo, al Comune di Agordo.
Vi sono inoltre due targhe a ricordo di Murer con i seguenti testi:

Prima targa -Augusto Murer - nasce a Falcade, in provincia di Belluno nel 1922. Apprende i primi rudimenti e la passione per il legno dal nonno materno, falegname. Svolge il suo apprendistato presso la scuola d’Arte di Ortisei, Val Gardena, con il maestro Li Rosi fino al 1943 quando si trasferisce a Venezia dove incontra il grande scultore Arturo Martini. Lascia Venezia alla fine del 1943 scegliendo la lotta partigiana antifascista. Nonostante le numerose tentazioni, Murer decide di rimanere a Falcade, conscio del fatto che l’Arte non ha confini. Augusto Murer ci lascia nel giugno del 1985 a Padova.

"Sono nato tra le foreste ,in cui radici, tronchi e pietre si confondono in un groviglio che corrisponde quasi all'alba della creazione . Il legno quindi è stato il materiale che ha felicemente condizionato la mia scultura; nei tronchi ho sempre veduto agitarsi tutte le altre forme di vita, già con i loro nodi nervosi ,le loro vene ricche di linfe e di sangue, le loro mani protese verso l'alto in un anelito di libertà." Augusto Murer

Seconda targa - poesia di Gigi Lise dedicata a Murer.
A Murer

Fursi lo stesso amor, Murer, ne move:
ti co te se davanti ad una zoca
che tien incadenà un to sogno e dove
fiorisse el bel apena te la toca,

e mi, quando sul cor me scufe e prove,
chel che in segreto el dis, dì co la boca
e se al pensier un armonia ghe trove
son come chi de lagreme el s’incioca;

ma là dove dal legn e da la piera
nasse le to creature, la mazola
par che la die cantando ‘na preghiera;

inveze el me zervel col smatedea
a daghe el lustrofin a ‘na parola
el sente sol un cor che sfratenea.

Gigi Lise

 

Nel mese di aprile dell'anno 2014 l'atrio del palazzo Comunale, ove sono presenti diverse opere dell'artista AugustoMurer, si è impreziosito di una statua bronzea dell'artista Gastone Valente Badoer. L'opera è stata donata dal figlio in segno di "gratitudine" alla città di Agordo, per aver accolto benevolmente il padre.
La targa presente alla base della statua riporta la segunete scritta:

Gastone Valente Badoer
Nasce a Venezia il 10 novembre 1915. Il cognome Badoer, ereditato dalla mamma, risale ad una importante famiglia nobiliare veneziana, che vanta le proprie origini ai primi Dogi della città, intorno all’anno 1000. Ha partecipato alla seconda guerra mondiale come Sottufficiale degli Alpini. Catturato dai Tedeschi dopo l’otto settembre 1943 è stato internato in campo di prigionia in Germania. E’ stato dichiarato “Grande Invalido di Guerra” per le sofferenze patite e la salute compromessa. Arrivato ad Agordo nei primi anni cinquanta, vi ha trovato accoglienza e comprensione, tanto che le sue condizioni di salute sono progressivamente migliorate e gli hanno consentito di riprendere gli studi e l’esercizio della pittura, cui si era applicato da giovane. Nell’ultima fase della sua attività artistica si è dedicato, con un certo successo, alla scultura in bronzo. “Gastone” muore ad Agordo il 18 aprile del 2004.
L’Amministrazione di Agordo a ricordo e ringraziamento per il dono. Aprile 2014

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